21 Dicembre 2013. Ospedale di Carpi.

Quattro piani in ospedale, e forse più.
Ore 14 e 45. Ci guardiamo in viso: che facciamo? Cantiamo qua?
L'atrio dell'ospedale è vuoto. La giornata è una di quelle che se piovesse sarebbe meglio. ospedale atrio
Seguiamo la nostra accompagnatrice verso il primo piano. Nell'atrio del reparto prendiamo posizione con un certo imbarazzo. Sono le parole scritte sulla porta che tagliano le gambe e la voce perché ci fanno immaginare le sofferenze di persone colpite da gravi malattie. "Questa è una buona posizione, perché la voce del coro entrerà nel reparto, ma s'infilerà anche nella tromba delle scale per salire in alto, come in un campanile".
I malati hanno buone orecchie e nel silenzio delle stanze sentiranno le nostre melodie natalizie. Per noi il canto è un tonico e cominciamo a guardarci più fiduciosi anche se pochissime persone, occasionalmente presenti, si soffermano. I medici e il personale che ci hanno accolto, fotografano cercando la migliore inquadratura, ci danno coraggio con i loro sguardi e i loro applausi. Guardiamo Paolo che dirige a proprio agio, con disinvoltura nonostante il caldo.

2º Piano- Chirurgia. Quando iniziamo a cantare una signora in pigiama piange. Nel tentativo di svanire, si nasconde dietro alla colonna di un quadro elettrico dall'assurdo colore giallo. Si capisce che non desidera che la guardiamo, non vuole neppure sedersi. Quando cantiamo "In notte placida", si copre la bocca con entrambe le mani, ma noi sappiamo che raccoglie lacrime calde perché nei suoi occhi passano immagini lontane di altri Natali, di altri luoghi, forse immagina la sua casa, la sua vita e i ricordi salgono violentemente fino alla gola. Alcune coriste, che forse la conoscono, vanno ad abbracciarla. Si rinfranca un po'. Con le prime note di White Christmas ricominciano a cadere piccole lacrime sul viso teso.

4º Piano Tra noi si scherza a bassa voce mentre saliamo le scale. ospedale maternità
Sulla porta si legge: Maternità, ginecologia, ostetricia. Ci disponiamo nell'atrio del reparto e ripetiamo alcuni canti già presentati al primo piano. La voce va ancora verso l'alto, ma ormai siamo arrivati al penultimo piano. Speriamo che vada anche in basso per rallegrare i ritardatari.
Qui ci sembra logico cantare con allegria, perché qui nascono i bambini.
Ad un tratto alcune coriste contralto si spostano e lasciano lo spazio per far passare una culla spinta dalla madre. Pensiamo che la signora debba passare oltre, forse entrare nell'altro reparto. Niente affatto. Si ferma tra le soprano e si guarda intorno felice, fiera di mostrare il figlio alle più curiose che si allungano benchè il brano non sia terminato. Una culla, una madre, un bambino di due giorni in mezzo a noi. "È nato in casa, aveva fretta di nascere" dice la madre con l'orgoglio di chi ha partorito in casa, come la madre di Gesù.
"In camera piangeva" ci spiega allargando le braccia. Il nostro microscopico estimatore di due giorni appena, adesso non piange più. La madre se lo culla con lo sguardo e noi dedichiamo la dolcissima ninna nanna "Som, som" a tutte le madri che danno la vita. ospedale ostetricia
Prima di allontanarci arrivano i clown. Tre simpatiche signore-clown, che adottano senza indugi il nostro Carlo Giorgio, gioioso fantasista-corista-clown armato di stetoscopio e naso rosso d'ordinanza.
Scendiamo con l'animo gonfio di gioia. La nascita di un esserino di due o tre chili, con un faccino rotondo grande come un'arancia, fa questo effetto.

Piano terra. Malattie mentali.
Siamo stipati in una stanzetta che sa di fumo. Un uomo alto, magro, con il viso scavato come le antiche statue di legno africane, ci guarda con attenzione mentre cantiamo. Le sue grosse labbra non seguono il canto, i suoi occhi sì. Una mano azzarda qualche movimento ritmico. Una ragazzina minuta, dalle ciabatte rosa, resta immobile tutto il tempo con il capo chino e gli occhi semichiusi, assenti. L'uomo dal viso di legno le appoggia delicatamente una mano sulla spalla. Non è facile cantare con voce chiara, e non per colpa del fumo. Quando ce ne andiamo, l'uomo stringe la mano a Paolo. Sulla porta una signora dai capelli neri piange: "Voglio andare a casa" e lo ripete con sommessa monotonia.
Un'infermiera ci saluta con un bel sorriso. In mano ha un mazzo di chiavi per richiudere a chiave la porta di ferro dietro di noi.
Quando usciamo nel vialetto, il nostro cuore è turbato. Lentamente ci dirigiamo verso l'atrio dell'ospedale. Abbiamo cantato bene? mi domando. Sì, benissimo, mi rispondo e penso che le nostre melodie avranno certamente confortato i malati e galleggeranno ancora per un po' nello spazio anonimo delle corsie.
Poi torno mentalmente al piano terra. Abbiamo cantato bene? Non lo so. So soltanto che in quella stanzetta fumosa noi abbiamo tirato le corde con entusiasmo, sperando che lassù, più in alto del quinto piano, le campane abbiano suonato a festa.

Antonella C.
collegamenti

repertorio natalizio